Spiritualità

Mi sento sfortunato: ineluttabile destino o seme di un possibile cambiamento?

cornetto porta fortunaQuante volte vi è capitata una persona che vi dicesse “sono sfortunato” o, ancor più efficacemente, “la sfiga con me ci vede benissimo”? O quante volte voi stessi avete avuto questa sensazione nella vostra vita?

Credo sia un fenomeno diffusissimo, la vita è colma di complicazioni ed effettivamente per alcune persone capitano periodi in cui se ne accavallano una sull’altra. Proviamo però ad analizzare ciò che è dietro a queste frasi: a mio vedere, vi è una richiesta di attenzioni e, quindi, di amore da un lato ed una de-responsabilizzazione dall’altra.

Se le cose vanno male è molto più immediato e semplice ritenere che la causa di quanto accade sia una generica ed inafferrabile ineluttabilità degli eventi, piuttosto che ricercare nel proprio profondo le ragioni energetiche che hanno portato il manifestarsi di questi eventi: pertanto, in qualche modo, l’individuo si sente sollevato, perché non ne ha la colpa.

Ma si tratta di una visione che ha un rovescio della medaglia estremamente pesante, in quanto dipendendo da eventi esterni non si può fare altro se non sperare che la buona sorte trovi il nostro indirizzo.

sfortunaParallelamente l’individuo, dichiarandosi sfortunato, attira (o cerca di attirare) la compassione di chi ha intorno e sollecita il mondo esterno ad aiutarlo, a prestargli attenzione e considerazione ottenendo, in qualche occasione, che i problemi vengano risolti al suo posto.

Appare evidente che tutto questo meccanismo è deleterio e non aiuta, se non in modo apparente, il “povero sfortunato”.

Proviamo quindi a ribaltare il modo di vedere gli accadimenti della nostra vita. Secondo molte correnti di pensiero, tra cui quella olistica, la realtà che viviamo è la realizzazione dello schema che abbiamo creato a livello della coscienza: siamo artefici della nostra realtà che altro non è che la proiezione di ciò che percepiamo e sentiamo, delle nostre credenze e del nostro modo di vedere la vita.

La nostra vita è la proiezione del film di cui siamo registi sceneggiatori ed interpreti. In base a come vediamo il mondo e la nostra vita avremo la nostra realtà, come una profezia che si auto-avvera, ciò che valutiamo vero per noi, diventa vero a tutti gli effetti.

L’insieme di percezioni, emozioni, credenze e modo di vedere noi stessi e la nostra vita viene definito “autoimmagine”: fintanto che non varieremo gli elementi che la compongono, l’autoimmagine resterà la medesima e pertanto anche la nostra realtà.

Secondo questa lettura, quindi, l’individuo che si reputa sfortunato ha creato, in precedenza, un’immagine di sé che lo ha portato ad attirare eventi “negativi” ed alimentando la percezione della sfortuna, altro non ha fatto che alimentare ulteriormente questo meccanismo, creando ulteriori eventi non positivi nella propria vita. Interpreta costantemente il ruolo di vittima insomma.

Indubbiamente per chi è abituato a ritenersi sfortunato questa interpretazione potrà creare un po’ di fastidio, eppure se la si fa davvero propria può rappresentare una luminosissima via di uscita: c’è scampo alla sfiga, basta decidere di non crearla più nella propria vita.

Come? Rifiutando il ruolo di vittima, rimodellando la propria autoimmagine e smettendo di chiedere amore e attenzioni in questo modo!

Certo, tra il dire ed il fare… come si suol dire c’è di mezzo il mare e come si può attraversare questo mare? Vi sono alcune tecniche che vengono in soccorso e sono quelle definite di quinta dimensione, proprio perché sono volte ad accedere consapevolmente a quel livello in cui l’uomo può variare la propria esistenza, in cui può incidere profondamente su di essa attraverso le proprie decisioni ed emozioni e, in tal modo, far sì che gli effetti si propaghino, anche retroattivamente, su tutto il proprio mondo.

Tale livello è ciò che è stato definito, la “matrice intelligente” da Planck, il padre della fisica quantistica, ed “etere” da Einstein o “Matrix Divina” da Gregg Braden, ed è il luogo in cui possiamo essere davvero gli artefici per modificare senza tempo né spazio la realtà olografica in cui viviamo.
Tra le tecniche olistiche di quinta dimensione si collocano quelle che io maggiormente conosco e che mi sento di segnalare al lettore: le Traslazioni Spazio-Temporali (TST) utilizzate nel seminario Light Project ed il seminario di Alfadinamica, entrambi appartenenti al metodo “be happy now!” ideato da Franco Bianchi.

Quello che propongo è sicuramente un punto di vista rivoluzionario che comporta una profonda assunzione di responsabilità, in quanto non vede l’uomo come in balia degli eventi, della sfortuna o della fortuna, ma lo vede al centro, creatore della propria realtà, in comunione con gli altri esseri umani. “Abbiamo tutto il potere che ci serve per creare tutti i cambiamenti che vogliamo” scrive Gregg Braden.

E la chiave, il segreto, sta nel proiettare i desideri del nostro cuore dal regno dell’immaginazione alla nostra realtà, comportarsi e sentirsi come se fossero già realizzati. Vivere il nostro obiettivo, perché se la coscienza dell’osservatore determina il comportamento della realtà, dell’energia, allora se focalizziamo contemporaneamente la nostra attenzione ed il nostro sentimento su quanto vogliamo non potrà che realizzarsi nella realtà empirica. Il sentimento e l’emozione umana sono i fattori che influiscono sulla materia di cui è fatta questa realtà: è il nostro linguaggio interiore, che cambia gli atomi, gli elettroni ed i fotoni del mondo esterno.

Ciò presuppone, tuttavia, che non si resti nel medesimo stato di coscienza che ha creato la realtà che vogliamo modificare. “Non si può risolvere un problema, se si resta a livello di pensiero che l’ha generato. Similmente, non possiamo cambiare una realtà, se restiamo nella stessa percezione (o stesso stato di coscienza) che l’ha creata.” Albert Einstein.

Con la nostra immaginazione, con la capacità di creare attraverso pensieri, sentimenti, emozioni e convinzioni che facciamo sì che la possibilità da noi prescelta si manifesti nella realtà della nostra vita. Tale punto di vista si ritrova anche negli insegnamenti del buddismo Mahayana, ove è detto che è “l’immaginazione soggettiva”, intesa come modalità della coscienza di manifestarsi, a creare la realtà, intesa sia come mondo della pura forma, sia come mondo senza forma.

La Matrix è una tela bianca, neutra, su cui possiamo dipingere ciò che vogliamo, è lo specchio che riflette ciò che profondamente scegliamo di essere e sentiamo, pertanto può riflettere anche sentimenti di paura attraverso ostacoli o avversità.
Essa ci mostra ciò che noi abbiamo creato, nel bene e nel male. Tuttavia non è qualunque sentimento che accompagna la nostra vita a permetterci di metterci in contatto con la Matrix ma solo un sentimento privo di ego, di giudizio e di aspettative. In merito sono significative le parole del poeta sufi Rumi “al di là dei concetti di azione giusta o sbagliata esiste un campo. Io vi aspetto in quel luogo”.

Occorre sentirsi avvolti dalla realtà che desideriamo come se fosse già realizzata, senza aspettative dettate dalla mente di come possa estrinsecarsi tale realizzazione. Questa è la chiave del dialogo con la Matrix, quella che ci permette di fare il “salto quantico”, ossia la variazione di energia che porta il cambiamento.

Articolo a cura di Simona D’Agostino